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23 Luglio 201910min

 

Articolo di

Guido Marinelli (èViva)

 

 

22 Luglio 2019

 

 

 

 

Guido Marinelli – èViva

 

È passato un anno da quando Greta Thunberg ha iniziato a protestare in modo clamoroso per richiamare l’attenzione delle istituzioni e della politica sui cambiamenti climatici e sul rispetto dell’accordo di Parigi di dicembre 2015 (COP21) sul cambiamento climatico.

Per merito suo l’Europa e il mondo intero hanno preso coscienza della gravità della situazione, gravità nota già da anni in ambito scientifico. Ormai non abbiamo bisogno di credere alla scienza: basta che ci guardiamo intorno. Giugno 2019 è stato il secondo giugno più caldo in Italia dal 1800.

La temperatura è stata 3,3 gradi superiore alla media. Ma non solo: questo caldo “anomalo” è stato accompagnato da fenomeni che continuiamo a chiamare “estremi” come grandinate con chicchi grossi come aranci. La flora, già provata da un inverno anomalo, sta soffrendo di malattie che si diffondono velocemente.

Ma cosa hanno ottenuto le grandi mobilitazioni (i “Fridays for Future”) che sono seguite alla protesta di Greta? Sicuramente una maggiore coscienza individuale di tante persone.

Molto meno si sono viste azioni concrete da parte dei governi. In Italia non è in vista alcuna azione, tutt’altro. Il caso Ilva ci insegna che si guarda altrove.

Ma la crisi ambientale non è solo crisi climatica. Ad esempio gli insetti, essenziali per i nostri ecosistemi, si stanno estinguendo a una velocità otto volte superiore rispetto a quella dei mammiferi, dei rettili e degli uccelli.

Secondo i ricercatori, più del 40 per cento delle specie d’insetti conosciute è in costante declino e almeno un terzo è in pericolo (fonte: Biological Conservation).

La siccità è un altro grande problema: studi scientifici (Kate Marvel et. altri su Nature) dimostrano la correlazione tra attività umane, in particolare industriali, e inaridimento: l’Europa e in particolare l’area mediterranea verranno colpite dall’aumento dell’evaporazione e dalla riduzione delle piogge portando larghe porzioni di territorio ora fertili a diventare aride.

Potremmo portare tanti altri esempi, dallo scioglimento dei ghiacciai all’erosione del suolo, il dissesto idrogeologico, l’innalzamento dei mari, l’invasione di fauna “aliena” …

Tutti segnali che ci dicono che l’attività dell’uomo modifica gli equilibri naturali del nostro pianeta. La domanda che sorge spontanea è se l’uomo sia una forma di vita incompatibile con il mondo in cui vive.

La risposta è semplice: l’uomo è compatibile, è il modello sociale in cui viviamo, basato sullo sfruttamento compulsivo delle risorse naturali e umane, che è incompatibile.

Sgombriamo subito un’ambiguità: il Pianeta non sarà distrutto dall’uomo, è sopravvissuto a catastrofi ben più grandi, basta pensare al cambiamento dell’asse di rotazione.

L’uomo distruggerà se stesso o, almeno, distruggerà il modello sociale e relazionale che abbiamo conosciuto noi. Perché, e cercheremo di capirne le motivazioni in seguito, il sistema capitalistico non è compatibile con la conservazione dell’ambiente che ci circonda.

Quindi, necessariamente, dovremo arrivare a un modello sociale diverso se vogliamo garantire l’esistenza della razza umana. E ci possiamo arrivare in diversi modi:

Continuando l’attuale indiscriminata corsa allo sfruttamento di tutte le risorse fino a che l’inevitabile crisi ambientale ci condurrà a disastri di tale portata – uragani, siccità, scomparsa di parte delle terre emerse, crisi alimentare, inquinamento, malattie, guerre locali e di teatro … – che, in modo violento, porteranno una forte riduzione del numero di abitanti sulla terra e un radicale cambiamento nello stile di vita dei superstiti.

Ovviamente i più colpiti saranno i più deboli mentre l’1% della popolazione che già detiene la maggioranza delle “ricchezze” del Pianeta probabilmente si arricchirà ancor di più e riuscirà a crearsi delle “isole di sopravvivenza” protette e per loro appaganti. Le diseguaglianze aumenteranno ancora e in modo sempre più drammatico.

Adottando una politica di “riformismo ambientale” in grado di attenuare gli effetti devastanti dell’azione antropica sulla natura. Misure in grado di ridurre l’emissione di gas serra, di contrasto alla siccità, di contenimento dell’aumento della temperatura media, di sfruttamento della “risorsa acqua”.

Mirando a “rigenerare parzialmente” le risorse naturali senza modificare il nostro modello di vita sociale e quindi senza modificare il modello di sfruttamento delle risorse umane e naturali.

Politiche funzionali a continuare lo sfruttamento capitalistico di tutte le risorse travestendolo con il nome di “economia sostenibile”. Sostenibile nel senso che si cerca di sfruttare le risorse in maniera meno devastante, consumandole più lentamente, provando a creare le condizioni perché, almeno in parte, le risorse naturali si rigenerino. Un modo di rinviare la soluzione del problema, un modo di assicurarsi ancora qualche anno. Una soluzione che è una “non soluzione”.

Con una rivoluzione sociale-ambientale che in modo progressivo, pacifico ma deciso, cambi radicalmente i valori alla base della nostra società andando a sostituire modelli di sviluppo basati sulla concorrenza, l’accumulo, il consumo compulsivo e lo sfruttamento con un nuovo modello sociale che permetta lo sviluppo basato sulla conservazione delle risorse, il consumo responsabile delle risorse di vicinanza e la ricostituzione delle risorse consumate. In questo modello la competizione, l’egoismo, la sopraffazione, l’accumulo privato e il consumo compulsivo di beni spesso non indispensabili, lo sfruttamento sarebbero sostituiti dalla collaborazione, la condivisione, la felicità del tempo libero, il benessere sociale, la salute, un lavoro appagante e dall’equa ripartizione dei beni comuni nel reciproco rispetto.

Pare evidente che, bene che ci vada, allo stato dei fatti, sarà adottato il “riformismo ambientale”.

I costi, sociali ed economici che stiamo subendo, e che continueremo a subire nel caso di “riformismo ambientale” sono enormi: ma sono costi a carico della collettività, a carico delle fasce più deboli delle popolazioni occidentali e, soprattutto, a carico delle popolazioni più indifese dei paesi in via di sviluppo.

Viceversa le cause della crisi in atto derivano essenzialmente dallo sfruttamento delle risorse, umane e naturali, al fine di conseguire profitti privati sempre più elevati. Lo dimostra il fatto che l’1% della popolazione già detiene la maggioranza delle “ricchezze” del Pianeta mentre il rimanente 99% si divide il poco che resta.

Viceversa solo il radicale cambiamento del modello sociale, un vero socialismo ambientale, ci consentirebbe di risolvere definitivamente le crisi in atto. E di creare un nuovo modello di sviluppo in cui economia e lavoro siano a servizio dell’ambiente e viceversa.


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22 Luglio 201912min

 

Serena Spinelli

Consigliere Regionale dellaToscana

èViva

 

21 Luglio 2019

 

“Un servizio sanitario pubblico e universalistico non solo è sostenibile ma è sempre più necessario per ridurre le disuguaglianze.
Occorre una forte mobilitazione per rimetterlo al centro delle politiche”.

A Roma lo scorso 12 Luglio è nata l’Associazione “Salute diritto fondamentale” per gettare le basi per una futura mobilitazione a sostegno del diritto alla salute.

 


 

E se per una volta essere innovativi significasse tornare da dove siamo partiti? Perché se è vero che la storia non si ripete uguale, è pur altrettanto vero che spesso le cose nel tempo si assomigliano. Un breve sguardo all’indietro può esserci allora utile per capire e affrontare meglio lo scenario attuale in tema di Servizio sanitario pubblico e universale e di Diritto alla Salute.

Un po’ di storia

Nel 1946 l’Inghilterra, dopo la devastazione della Seconda guerra mondiale, decide di revisionare il proprio sistema di Sicurezza sociale e attraverso un comitato guidato dal prof. W.Beveridge elabora il “Welfare britannico”, destinato ad accompagnare i suoi cittadini “dalla culla alla tomba”.  

Nel 1948 l’Italia inserisce nella Costituzione l’Articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Da notare l’assoluta attualità di questo articolo, che introduce il concetto di salute, elevandola a “diritto” dell’individuo e al tempo stesso a “interesse della collettività”. Tutto ciò in linea con quanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sanciva in quello stesso anno. Nella carta fondativa dell’Oms la Salute viene infatti definita come: “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplice assenza di malattia”.

Facciamo adesso un passo in avanti di 30 anni. Nel 1978 l’Italia, con la legge 833, introduce il Sistema Sanitario Nazionale (Ssn): si ponevano le basi per un servizio universalistico e pubblico, finanziato con la fiscalità generale progressiva e in grado di prendere in carico le persone dal punto di vista complessivo, con interventi di prevenzione, cura e riabilitazione. Insomma, uno strumento attraverso il quale elaborare politiche per garantire il diritto alla salute, in linea con l’Articolo 32 della Costituzione e le indicazioni dell’Oms.

Oggi, a quaranta anni dalla nascita del Servizio sanitario nazionale e a settanta dall’Articolo 32 della Costituzione, in molti sostengono che il welfare in generale e un sistema universalistico e pubblico di tutela del diritto alla salute siano diventati insostenibili e che non siano neppure più la risposta adeguata ai tempi.

Cosa spinge a questa convinzione? Considerazioni sulle disuguaglianze che crescono, la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, il lavoro precarizzato e talvolta povero, la popolazione che invecchia con il conseguente aumento delle malattie croniche, il ricorso a prestazioni sempre più care, un consumo di farmaci anch’esso in crescita, così come il loro costo e quello delle tecnologie sanitarie.

Il Sistema sanitario pubblico e universale è sostenibile

Uno scenario reale, ma la fine di quanto abbiamo conosciuto negli ultimi 40 anni non è la risposta scontata, anche se temo che pure chi non dovrebbe ne sia convinto.  

Di fronte a questa errata convinzione dobbiamo invece ribadire che è giunto il momento, non più derogabile, di tornare ai fondamentali e di scegliere da che parte stare. Occorre dire con forza e chiarezza che il sistema sanitario pubblico e universalistico non solo è sostenibile, ma è più che mai una infrastruttura fondamentale per ridurre le disuguaglianze e garantire una buona qualità della vita a tutti gli individui.

Per questo partecipare al lancio dell’Associazione “Salute Diritto Fondamentale”  è stato un piacere e una boccata d’ossigeno. Da parte di tutti i presenti vi è stata la conferma, non solo sul piano ideologico, ma anche su quello tecnico, dell’importanza del nostro sistema sanitario. Questo mi spinge a ritenere che le basi su cui appoggiare la proposta politica per garantire il diritto alla salute siano già presenti, a noi il compito di tenere la barra del timone nella giusta direzione.

Nel suo intervento introduttivo Marco Geddes da Filicaia, medico e promotore dell’Associazione, ha voluto ricordare come il Servizio sanitario nazionale sia stato per 40 anni una nave su cui tutti, al bisogno, potevano salire. Negli anni però, gli ultimi 10 in particolare: “a questa nave è venuto meno il carburante, l’equipaggio non è stato sostituito, l’armatore ha aumentato la tassa d’imbarco e ha rimborsato chi prendeva l’aliscafo!”

Una metafora che ben chiarisce le tappe di smantellamento progressivo del sistema. Altre tempeste si addensano su questa nave: “La flat tax in primo luogo – dice Geddes – ma anche il regionalismo differenziato, che si configura come una rottura fondamentale dei principi di uguaglianza e solidarietà”.

Contro la tesi dominante della salute non come diritto ma come aspetto da affidare al mercato, ha detto ancora Geddes, si alzano voci, ma ancora isolate, voci che invece devono trovare ascolto e soprattutto elaborare una mobilitazione, sempre più necessaria. Perché, Geddes lo ha ribadito al termine del suo intervento usando le parole di Tina Anselmi, ministro della Salute nel 1978: “I diritti conquistati non sono mai definitivi, se viene meno la vigilanza”.

Un  Documento conclusivo che invita alla discussione e alla mobilitazione

La giornata romana è stata dunque un primo momento in cui fare sentire voci di dissenso, è stata anche densa di riflessioni e spunti, per fare chiarezza tecnica e politica contro il pensiero dominante, che invoca come una necessità inderogabile lo smantellamento del Sistema sanitario pubblico. Il documento introduttivo è stato illustrato da Nerina Dindirid, docente di Economia Pubblica e di Scienza delle Finanze presso l’Università di Torino. Tantissimi gli interventi e i contributi, da parte di medici, docenti universitari, parlamentari, rappresentanti del mondo sindacale, del volontariato, dell’associazionismo e delle professioni sanitarie. Hanno chiuso i lavori due ex Ministri della Salute: Livia Turco, oggi Presidente della Fondazione Nilde Iotti e sempre pronta a “combattere”, come ha detto lei stessa sui temi sociali e sanitari, e Rosy Bindi.

Al termine dei lavori è stato proposto un documento conclusivo, utile punto di partenza sullo stato attuale e per future azioni collettive.

Ho avuto l’onore di portare un saluto in tale contesto e ho condiviso l’ analisi e la proposta presenti nel documento finale. Nel mio breve intervento ho voluto porre l’accento su un tema che sento particolarmente a cuore: l’importanza dell’organizzazione del territorio. Il territorio è infatti il luogo in cui si possono e si devono fornire risposte integrate socio-sanitarie. Sul territorio si può dare concretezza a politiche in cui la salute viene favorita attraverso aspetti molteplici e diversificati: la formazione, la buona alimentazione, la promozione di una mobilità sostenibile, il diritto all’abitare in luoghi salubri, lo sport come strumento di socializzazione e di prevenzione, la cultura quale godimento e antidoto alla solitudine. Sul territorio la comunità, in tutte le sue declinazioni e organizzazioni, diviene comunità partecipante, quella collettività cui fa riferimento la nostra Costituzione. La sostenibilità del sistema trae da tutto ciò un innegabile vantaggio. Allo stesso tempo se ne conferma così l’obiettivo principale: consentire a tutti, qualunque sia la condizione di partenza o quella determinatesi durante la vita, di poter tendere alla felicità.

Dobbiamo quindi aprire un’ampia riflessione su questi temi e avviare una mobilitazione capace di coinvolgere davvero tutti: le istituzioni, le comunità locali, gli operatori della sanità e del sociale, le rappresentanze dei lavoratori e i lavoratori stessi, il volontariato, il mondo scientifico e intellettuale. La salute deve tornare ad essere al centro di tutte le politiche e occorre confermare il valore del Servizio sanitario nazionale come strumento per favorire il benessere dell’individuo e della collettività e cardine per superare le disuguaglianze.

 



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