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30 Ottobre 20198min

 

 

 

Articolo de Il Manifesto

 

30 Ottobre 2019

Intervista di Daniela Preziosi de IL MANIFESTO al portavoce nazionale di èViva Francesco Laforgia.

Il senatore di Liberi e uguali: ciascuno di noi vaga in parlamento con una maglietta che non ha voglia di indossare, compresi i compagni di Art.1.   I nostri al governo rischiano di parlare poco più che a nome di se stessi.


 

Da un gruppo parlamentare in crisi di identità a protagonista di governo, nel giro di una notte di mezza estate. Francesco Laforgia descrive così la parabola discendente e poi di nuovo ascendente di Liberi e uguali.

«Noi di Leu da due mesi siamo catapultati in una vicenda politica inaspettata. Dopo il 4 marzo eravamo uno sbrindellato gruppo di opposizione, fatto di persone perbene che però dal giorno del voto hanno deciso di fare strade diverse. Volevamo trasformarci in un partito, non l’abbiamo fatto».

Laforgia, era meglio non far nascere il governo con Pd e M5S?

Non dico questo. Il paese rischiava un deriva reazionaria, abbiamo contribuito a evitarlo. Però oggi noi eletti di Leu improvvisamente ci troviamo a svolgere una funzione nella nuova maggioranza e abbiamo persino donne e uomini al governo. Così assistiamo al miracolo della resurrezione politica e mediatica di Leu.

Ma possiamo continuare a non chiederci chi siamo, qual è il vincolo che ci tiene in un gruppo parlamentare, a quale programma rispondiamo tanto più oggi che abbiamo la possibilità reale di modificare e proporre provvedimenti?

Una situazione pirandelliana: Leu c’è perché c’è al governo, altrimenti non ci sarebbe.

Come si fa a pensare di continuare la finzione ipocrita per cui non siamo riusciti a fare di Leu l’innesco di un processo ma almeno siamo un gruppo parlamentare, se poi anche lo stesso gruppo inizia a sgretolarsi con l’uscita di due parlamentari (due donne, Boldrini al Pd, Occhionero a Italia Viva, ndr)?

Non so se siano i primi abbandoni di una serie. Ma gli argomenti utilizzati per lasciare il gruppo umiliano tutti. E tanto più chi tra noi è più esposto nel portare sul petto l’etichetta di Leu.

Cosa propone?

Ci sono due strade. O si prende atto della situazione e si certifica la chiusura anche formale di Leu, sciogliendo i gruppi parlamentari. Mettendo fine a una condizione per la quale ciascuno di noi vaga, sul piano dell’attività parlamentare, senza un disegno e indossando una maglietta che non ha voglia di indossare, compresi i compagni di Art.1. Con il rischio che gli stessi nostri al governo rappresentino poco più che se stessi.

Oppure si percorre la strada della politica. Che non vuol dire fare quello che non abbiamo saputo o voluto fare in questi mesi. Ma almeno farci la domanda sulla rappresentanza che vogliamo portare nella sfida del Governo.

Quella domanda che non ci siamo fatti al momento della formazione del governo. Non so nulla di come Leu – perché tutti i giorni parlano di noi chiamandoci Leu – dovrebbe cambiare per esempio il reddito di cittadinanza. Non so cosa pensiamo del salario minimo, che giudizio diamo delle scelte sulle questioni ambientali (per me troppo timide), se abbiamo smesso di chiedere la cancellazione di parti del jobs act e la reintroduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi.

Così come ignoro le ragioni per cui abbiamo votato, senza elementi di distinzione, la riduzione dei parlamentari e che idea abbiamo della legge elettorale.

Insomma all’opposizione non ce l’avete fatta , ma oggi al governo dovreste fare Leu. E lo chiede proprio che lei aveva rotto e fondato un “movimento” autonomo?

Chiedo di affrontare queste domande con una discussione aperta, a tappe, che coinvolga non solo noi parlamentari ma personalità, intellettuali, esponenti del mondo sindacale e delle professioni.

E con un coordinamento tra le componenti di cui ormai sono costituiti i gruppi di Leu. Perché nessuno possa dire: ma voi chi siete? Lo dobbiamo anche ai militanti ed elettori generosi che abbiamo sballottato di qua e di là senza indicare una strada.

Se il campo democratico e progressista è destinato a mutare profondamente l’unico modo per svolgere una funzione è tornare alla politica. La sinistra è qualcosa di molto più grande di noi. Non abbiamo diritto di tenerla in ostaggio.

La sinistra non è vostro ostaggio: vi hanno votato in pochi, come dice lei, generosi.

Se penso al milione e trecento mila voti di Salvini nel 2013 e al milione e centomila di Leu nel 2018, fa rabbia l’idea di averli cestinati quei voti. Si può essere piccoli ma ragionare in grande. È l’unico modo per diventare grandi davvero.

L’impressione è che le componenti di Leu stiano aspettando un big bang del Pd, per entrarci. O almeno allearsi. Impressione sbagliata?

La vicenda umbra dimostra che non basta una posa a favore di telecamera a far riappassionare le persone alla causa. Nel processo di scomposizione e ricomposizione che interesserà, ne sono convinto, sia il Pd che il M5S, puoi svolgere un ruolo se non continui ad essere inerte e afono come siamo noi in tutto questo tempo. Ma se rimetti al centro la politica. A quel punto torneranno anche gli elettori.

 


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21 Settembre 20193min

 

 

 

Luca Pastorino

Francesco la Forgia

Parlamentari LeU – èViva

 

Nota Agenzia stampa

21Settembre 2019

Notizia agenzia stampa ASKENEWS – 21 Settembre 2019

 


“Queste distorsioni sono riletture pericolose”. “Comunismo e nazismo sono stati posti sullo stesso piano. Una falsificazione ignobile quella della risoluzione votata dal Parlamento europeo. Come è ignobile che a votarla siano stati tanti sedicenti democratici nostrani”.

Lo dichiarano Francesco Laforgia e Luca Pastorino, rispettivamente senatore e deputato di Liberi e Uguali.

“In un momento storico in cui avanzano gli estremismi di destra – aggiungono Laforgia e Pastorino – bisognerebbe porre maggiore attenzione alle verità storiche. Queste distorsioni sono una pericolosa rilettura che finiscono per sdoganare ideologie neo-fasciste. È una deriva che va contrastata. E in ogni caso, una discussione così complessa non può essere affrontata attraverso una risoluzione parlamentare”.

 

 


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18 Settembre 20196min

 

 

 

Comitato Nazionale

 

Documento del

18 Settembre 2019

Documento del Comitato Nazionale di èViva. – 18 Settembre 2019

 


 

Le settimane che abbiamo alle nostre spalle sono quelle in cui abbiamo sventato il rischio di una destra reazionaria al governo del Paese e all’indomani della formazione del Governo Conte bis anche nel nostro campo sono ore di grande fermento.

Lo strappo annunciato di Renzi dal PD non ci fa smettere di pensare che resti nel Paese lo spazio e la necessità della sinistra. Quel che sta accadendo non ci lascia indifferenti e può contribuire a fare chiarezza in un quadro politico in cui tutto sembra rimescolarsi.

Non siamo interessati però ad operazioni di ricomposizione da ceto politico, in particolare alla luce di un declino e di un distacco che la sinistra ha consumato col proprio popolo nel corso di anni e di scelte sbagliate che non sono unicamente legate alla stagione del renzismo.

Non si pensi al “fuori Renzi, dentro gli altri”, il punto non è rimettere assieme i cocci.

La sinistra per noi non è un albergo.

Per questo continuiamo a credere nel percorso che abbiamo messo in campo come èVIVA e che oggi intendiamo rilanciare con forza e convinzione. Crediamo che abbia ancora senso interrogarsi su cosa deve essere la sinistra del nuovo secolo in un paese come il nostro e mobilitarsi per costruirla.

Ci sono questioni urgenti che rappresentano il banco di prova della nuova maggioranza, su cui vogliamo fare un investimento, consapevoli che in questa esperienza di governo e in questa maggioranza entriamo anche grazie ad una inaspettata reviviscenza di Liberi e Uguali.

Certi che avremmo avuto molta più forza e protagonismo politico se avessimo preso la decisione, un anno fa, di trasformare LeU in un nucleo di soggetto politico della Sinistra, entriamo tuttavia nella nuova fase con lealtà ma senza rinunciare alla nostra autonomia e con capacità critica verso un Governo che su quelle scelte si gioca tutta la sua credibilità. 

Vogliamo affrontare battaglie per noi fondamentali che mettano al centro di tutto la lotta alle diseguaglianze e il tema ambientale, per un nuovo modello di sviluppo con la persona e la sua dignità al centro di ogni politica.

La reintroduzione delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, una vera progressività fiscale, investimenti ingenti nella scuola e nella pubblica amministrazione, la garanzia di una sanità pubblica, universale e gratuita, sono solo una parte dell’impegno che caratterizzerà il nostro lavoro in Parlamento e fuori, con la consapevolezza di non essere sufficienti a realizzarle e di non essere sufficienti a noi stessi.

Da sempre perseguiamo l’idea di coltivare questo orizzonte culturale e politico dentro a un partito, uno solo, della sinistra oggi frammentata e vittima delle proprie presunzioni e contraddizioni, figlie di insopportabili personalismi che hanno impedito fin qui la realizzazione di un’unità necessaria.

Noi non abbiamo mai rinunciato a quell’obiettivo.

Sono interessate le altre forze politiche, grandi o piccole, della Sinistra a mettere in discussione sé stesse  (ci rivolgiamo anche al M5S) fino ad innescare il processo costituente di un intero campo politico?

Noi non sappiamo se questa cosa accadrà.  Ma nell’attesa che il quadro politico in continua scomposizione e ricomposizione metta il PD, il M5S e la galassia della Sinistra davanti ai propri limiti e alle proprie responsabilità, noi non intendiamo fermarci.

Vogliamo fare politica, vogliamo costruire, aggregare, essere il lievito capace di far crescere e concretizzare quel progetto.  

Nelle prossime settimane organizzeremo assemblee aperte in tutta Italia, continueremo nella costruzione dei comitati di èVIVA e raccoglieremo adesioni, ci daremo un grande appuntamento nazionale ad Ottobre, dove mettere al centro del nostro dibattito le priorità per il Paese da declinare in proposte nella prossima Legge di Bilancio.

Saremo una forza aperta, attenta a tutto ciò che accade intorno a noi ma strutturata, organizzata, presente nel dibattito pubblico e sui territori dove si giocheranno importanti partite elettorali a stretto giro, a partire dalle regionali.

Facciamo tornare la politica. Non c’è più tempo da perdere.


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20 Agosto 20194min

 

 

 

Fabio Vander

 

 

 

9 Agosto 2019

 

 

 

 

 

Sul Manifesto del 7 agosto Pietro Folena e Simone Oggionni ragionando dell’Europa, pongono infine il problema di una “nuova sinistra” italiana.

Ritengono infatti necessario un “punto di vista autonomo della sinistra”, che rivaluti “le ragioni dell’eguaglianza e del lavoro” e sostenga un nuovo “grande disegno” europeo. Fin qui d’accordo. Condivisibile anche il ripudio di un PD “in balia di nodi irrisolti che si trascinano sin dalla sua fondazione”, come delle piccole formazioni della sinistra radicale “ciascuna figlia di un diverso fallimento”. Quindi né con il PD, né con Articolo 1 e Sinistra italiana.

Va ricordato però che il 25 giugno, sempre sul Manifesto, Oggionni con Stefano Quaranta aveva firmato un altro articolo in cui scriveva che un “passo coraggioso e radicale”, per rilanciare la sinistra e l’alternativa, “lo chiediamo a Zingaretti”. Dunque nel giro di poco tempo la fiducia nel “nuovo PD” pare svanita.

Ma è davvero così? Perché in verità il nuovo articolo si conclude intanto con un ingenuo appello alla “generosità” delle classi dirigenti” di PD e sinistra, perché smettano di intralciare il nostro futuro. Se davvero ne fossero capaci non saremmo al punto in cui siamo.

D’altra parte l’appello finale è per un “campo democratico e progressista nuovo, intelligente, credibile”. Gira gira si torna alla casella di partenza: un PD ‘rinnovato’ e una sinistra radicale che faccia da cespuglio. Esattamente la formula che dall’Ulivo a Italia Bene Comune, a mille fallimentari esperienze locali ci ha portato nelle mani di Salvini e Di Maio.

Spero che l’autunno della sinistra veda in campo due ipotesi alternative: un nuovo centro-sinistra versus un nuovo partito della sinistra italiana.


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13 Agosto 201920min

 

 

  Cronistoria della crisi di governo

 

dal profilo facebook di

Pietro Grasso

 

12 Agosto 2019

 

 

 

 

 


E’ iniziato il cammino del “Governo Conte Due”

29 Agosto

 

E’ iniziato il cammino del “Governo Conte Due”. Le prime dichiarazioni fatte dal presidente Conte sono nuove nei contenuti e nelle parole chiave: mi auguro siano il segno di un Governo di svolta. Oggi Conte ha iniziato a incontrare i gruppi parlamentari, e da questi colloqui si capirà se davvero intende proporre al paese nuove ricette, un nuovo linguaggio, nuovi protagonisti. Sono tanti i temi su cui valuteremo la possibilità di dare o meno la fiducia a questo Governo, verso il quale, voglio sottolineare, partiamo con le migliori intenzioni. Porteremo i temi che sono sempre stati al centro del nostro impegno: dignità al lavoro, conversione ecologica, emergenza climatica, lotta alla precarietà, attenzione al Sud, diritti civili e sociali, politiche dell’immigrazione intelligenti e umane, lotta all’evasione fiscale per un fisco più equo, giustizia e contrasto alle mafie.

Questo è il momento dei contenuti, verrà anche il momento dei nomi: perchè molto si può scrivere in un programma o in un contratto, ma come abbiamo appena visto il carattere, le competenze e le capacità delle persone sono indispensabili per governare un Paese e le sue emergenze. La speranza è che vengano individuate tutte figure di alto profilo, capaci di fare le scelte giuste nell’interesse dei cittadini.

 


Una buona e condivisibile base di lavoro

22 Agosto

 

I 5 punti della relazione di Zingaretti di ieri e i 10 punti elencati da Luigi Di Maio al termine delle consultazioni di oggi sono una buona e condivisibile base di lavoro. Se la volontà di trovare un’intesa per il bene del Paese è reale, è possibile dare vita a un Governo politico e di legislatura che possa migliorare la vita dei cittadini e garantire stabilità e sicurezza.

Confido nella responsabilità delle parti politiche per avviare un percorso rapido.

 


Oggi iniziano le consultazioni

21 Agosto

 

Oggi iniziano le consultazioni al Quirinale. Non è il momento dei tatticismi, dei personalismi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano. E’ tempo di servire l’Italia nel modo più nobile che la politica possa fare. Lo dico innanzitutto ai due uomini chiamati nelle prossime ore a fornire delle risposte al Presidente Mattarella.

Caro Nicola, caro Luigi: è necessario un Governo che archivi per sempre la stagione della rabbia, delle bestie sui social, dell’odio, dello spregio alle Istituzioni della Repubblica.
Costruiamolo su una agenda che abbia come faro il lavoro; che restituisca dignità alle persone; che difenda e investa su scuola, sanità, ricerca, innovazione; che promuova la giustizia sociale; che lotti contro l’emergenza climatica.

Usiamo i prossimi 3 anni per realizzare davvero il progetto di un’Italia diversa. I numeri ci sono, basta volerlo e non cadere nei tranelli dei veti incrociati. Non consegniamo il Paese all’incertezza o – peggio ancora – alla destra di Salvini. Sarebbe l’errore più grande. Coraggio!

 


Il governo gialloverde ha fallito

20 Agosto

 

Il Governo gialloverde ha fallito. Adesso è doveroso lavorare seriamente nell’interesse di tutti. Questa la mia posizione espressa poco fa in Senato, dove si sta svolgendo un dibattito surreale, perché Salvini incredibilmente non si è dimesso, perché per lui il potere è più forte della dignità. Grazie Presidente Giuseppe Conte per la trasparenza nella gestione di questo passaggio!

È stato davvero patetico leggere di “telefoni sempre accesi”, come se si trattasse della crisi adolescenziale di un amore estivo e non del Governo del nostro Paese. Oggi addirittura ho sentito Salvini implorare i Cinque stelle con il famoso ritornello di Pappalardo: “Ricominciamo”. Tutto pur di non alzarsi dal Viminale. L’uomo forte si è rinchiuso nel fortino.

Basta con la stagione dei selfie e dei proclami sulle spiagge, della rivendicazione dei pieni poteri, dell’odio, dell’indifferenza. Guardiamo in faccia i veri problemi del Paese. Torniamo alla politica e fermiamo le Bestie che sui social aizzano i cittadini gli uni contro gli altri.

Lo dico da uomo che ha servito le Istituzioni per tutta la vita: l’Italia non ha bisogno di un accordicchio, di un esecutivo dal corto respiro dominato da tatticismi e posizionamenti elettorali. Se il Parlamento desse vita ad un Governo che ribalti l’agenda attuale non avremmo solo il diritto di ragionarne ma il dovere di provarci per cambiare per davvero il segno di questi tempi. Solo in quel caso, darei il mio personale, convinto e fiero voto di fiducia.

 


Piange il telefono

15 Agosto

 

Le notizie importanti di oggi mi sembrano due.
Salvini dice che il suo telefono è sempre acceso e aspetta una telefonata di Di Maio.

Dopo la sconfitta in Senato, un vero e proprio schiaffo che non aveva messo in conto, forse ha finalmente capito che non si può stracciare la Costituzione e umiliare il Parlamento. Anche dal suo stesso partito sono iniziate le prese di distanza e le critiche: l’uomo che sentiva di avere il mondo in tasca ha scoperto di non avere la terra solida sotto i piedi.

Capita, quando il potere arriva a farti perdere il contatto con la realtà, che è più complicata di una diretta Facebook (dove ancora, va ammesso, se la cava bene). Come un pugile suonato, cerca di aggrapparsi alle corde per evitare il k.o.

La seconda notizia è il sussulto di orgoglio del Presidente Conte che finalmente avversa il suo Ministro Salvini sull’assurda politica dei porti chiusi. Ci sono uomini, donne e bambini su barche in mezzo ad un mare con onde fortissime: fatele scendere! Oltre alle dichiarazioni servono atti concreti.

Buon Ferragosto!

 


Salvini è disperato

14 Agosto

 

Salvini ha bluffato, ma ormai le carte sono sul tavolo: è disperato, e la sua proposta di ieri lo dimostra. In ogni caso continua a pensare di poter piegare le regole a suo piacimento, come se avesse quei “pieni poteri” che sogna (e che non avrà, mai); l’altra ipotesi è che abbia giurato da Ministro sulla Costituzione senza averla mai letta.

Ieri in Senato ha proposto una cosa ridicola: tagliare i parlamentari e andare subito al voto. Ma cosa significa subito? Ad ottobre? Ammesso che vada così, voteremmo ancora per 945 parlamentari, come ora. E perché? Perché esiste la Costituzione, che, evidentemente, dà molto fastidio al leader della Lega.

Se venisse approvata in quarta lettura (l’ultima del Parlamento) la legge costituzionale di taglio dei parlamentari non sarebbe immediatamente applicabile. In assenza di una approvazione in Parlamento con una grande maggioranza (e la terza lettura in Senato è stata al di sotto della soglia necessaria dei due terzi) si deve infatti consentire ai cittadini di poter eventualmente raccogliere le firme e proporre il Referendum. E l’articolo 138 della Costituzione fissa questo tempo in 3 mesi. L’ennesima bufala insomma, l’ennesima pretesa di calpestare le regole democratiche della Repubblica.

E’ evidente che quando provi un blitz o una guerra lampo e questa fallisce, sei destinato a perdere.
E Salvini perderà.

Nel frattempo, però, non ha ancora ritirato i ministri e non ha dato le sue dimissioni. Con quale dignità continuano a occupare quei ministeri in nome di un Governo in cui non ripongono più fiducia?
Se solo avesse un centesimo del coraggio che dice, lo farebbe al più presto.

Sarà un bene per il Paese: mentre lui continua a girare per le spiagge qualcuno si occuperà al meglio della sicurezza dei cittadini.

 


Il Senato non si Lega

13 Agosto

 

Si è appena conclusa la seduta del Senato che ha confermato il 20 agosto come data per ascoltare le comunicazioni del presidente Conte.

Esattamente come previsto nel post di ieri. Il Senato non si Lega al Senatore ministro Salvini (che non è presidente di nulla).‬ ‪

La crisi di governo sta tornando sui binari istituzionali, quelli in cui il Parlamento conta più del Papeete Beach.

 


Il ministro spiaggiato 

12 Agosto

 

A forza di girare per le spiagge, Salvini rischia di finire spiaggiato.

E’ stato molto interessante leggere gli articoli di stamattina in merito alla riunione dei capigruppo che si terrà oggi pomeriggio in Senato.
Avendole presiedute per 5 anni le conosco molto bene, quindi se avrete la pazienza di seguire il mio ragionamento vi spiegherò come in nessun caso, se Cinque Stelle, Pd e Misto sono scaltri, potrà vincere questa partita e umiliare il Parlamento col suo 17% di voti.

Partiamo dalle certezze: Salvini vorrebbe votare la mozione di sfiducia prima di ferragosto, gli altri intorno al 20, per dare modo a tutte le senatrici e i senatori di poter partecipare ad un voto così importante.
Con ogni probabilità a prevalere in quella riunione sarà la data del 20, ma siccome non ci sarà unanimità potrebbe essere convocata l’Aula per domani in modo che si voti sul calendario, magari sfruttando le possibili assenze e provando a “ribaltare” il risultato ottenuto in capigruppo.

Come evitare questo “blitz salviniano”, un ulteriore sfregio al Parlamento?
E’ abbastanza semplice, partendo da un semplice calcolo matematico: Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia in Senato NON hanno la maggioranza di 161 voti necessaria per imporre nulla.

Basterà contarsi prima: se i senatori di centrodestra sono meno degli altri si potrà votare il calendario in Aula, e fissare la discussione per il 20 agosto (o il 21, o il 22…).
Se invece sono di più, semplicemente se gli altri non entreranno in Aula il centrodestra non avrà mai il numero legale per il blitz, e saranno costretti a rimandare di giorno in giorno l’Assemblea.

In questo modo Salvini, ogni giorno più nervoso e contestato, capirà che il Parlamento non è a sua disposizione, per ora.

 


Non ballo sulla musica di Salvini

10 Agosto

 

Non ho alcuna intenzione di ballare sulla musica suonata da Salvini, una musica pericolosa.

Mi spiego: del Governo Lega-5Stelle penso il peggio, l’ho scritto qui e detto pubblicamente molte volte, soprattutto nei discorsi in Aula al Senato, che per me resta il tempio della rappresentanza e della volontà popolare. So bene che questa esperienza di Governo, per fortuna, è giunta al termine, e che presto i cittadini italiani saranno chiamati alle urne.

Nonostante ciò, non vedo perché io e tutti i senatori di opposizione (di LeU, del Misto, del Pd, ma anche di centrodestra) dovremmo trasformarci nei “volenterosi carnefici” al servizio di Salvini, e votare allegramente l’assurdo di una mozione di sfiducia al Governo presentata da Ministri tuttora ipocritamente e vergognosamente in carica e che intendono rimanere tali fino al giorno delle elezioni!

Non vedo perché le opposizioni dovrebbero fare il lavoro sporco di un gruppo parlamentare che rappresenta il 17% del voto delle elezioni di marzo 2018.

Facendo i conti, basta poco per impedirlo. Preso dalla brama di potere Salvini ha fatto un errore: ha presentato una mozione di sfiducia potendo contare solo sui suoi 58 voti.

Per questo chiedo ai senatori e alle senatrici di opposizione – noi che mai avremmo potuto votare la fiducia a Conte – di non partecipare al voto sulla mozione di sfiducia presentata dalla Lega. Disinneschiamo questa sciagurata pazzia voluta da Salvini con gli strumenti propri della democrazia parlamentare: oggi infatti Salvini non ha i numeri per rendere il Parlamento ostaggio dei suoi desiderata, né per disporre delle Istituzioni a suo piacimento, tra un comizio machista e un cocktail in spiaggia.

Se la mozione proposta dalla Lega sarà votata solo dalla maggioranza (Lega e 5 Stelle), Conte non sarà tecnicamente sfiduciato. Politicamente dovrà ovviamente dimettersi, e sarà necessario un governo elettorale (non deve essere Salvini a gestire dal Viminale le elezioni, come ho spiegato ieri) ma i tempi della crisi passeranno dalle mani di Salvini a quelle, istituzionalmente corrette, del presidente del Consiglio e soprattutto del presidente della Repubblica.

Non diamo noi per primi “pieni poteri” in questo momento di crisi a Matteo Salvini.

Troppo a lungo ci siamo fatti imporre l’agenda: è il momento di cambiare musica.

 


Una buona notizia

9 Agosto

La caduta del Governo Conte è una buona notizia. Purtroppo il timore è che, stando così le cose, il prossimo Governo sarà addirittura peggiore.

Togliere la fiducia a Conte è nel pieno della legittimità politica di Salvini: tempi e modi, invece, mostrano il suo disprezzo per le Istituzioni. Sta sfiduciando un Governo in cui esponenti della Lega ancora ricoprono ruoli importanti: inizino a dimettersi. Vorrei poi ricordare a Salvini che i “pieni poteri” non esistono, se non nei fumetti (uno solo li ha pretesi, nel 1933, ed è bene non prenderlo ad esempio).

E’ evidente che Salvini abbia piena consapevolezza del disastro dei conti pubblici, e di quanto li abbiano aggravati con le scelte di questi mesi. Per questo vuole correre ad elezioni ma, come ha sottolineato Conte, i tempi del Parlamento li decidono i Presidenti di Camera e Senato, e quelli della crisi li deciderà il Quirinale.

Salvini non può gestire dal Viminale la fase elettorale. È inaccettabile che chi chiede alla piazza pieni poteri e si scaglia contro Parlamento e Magistratura sovrintenda i delicati passaggi del voto. Dovrà essere un Governo elettorale a gestire le settimane che ci separano dal voto.

Per quel che riguarda il campo della sinistra, tutto quello che c’è ora non è sufficiente.
Sono convinto che non si possa andare in ordine sparso e a mani nude contro Salvini, la Bestia e il clima che c’è nel Paese. Serve un cambio di passo, una rivoluzione programmatica e nuovi protagonisti, una visione del Paese forte su alcuni punti irrinunciabili (svolta ecologica, istruzione gratuita, rilancio del welfare e degli investimenti pubblici, revisione del Trattato di Dublino e della Legge Bossi-Fini) che possa riportare tanti elettori alle urne, ma al momento non vedo tracce di nulla di tutto questo. Resto di indole ottimista, ma come ho detto giorni fa inizio a essere preoccupato.

 


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12 Agosto 20199min

 

Articolo di

Guido Marinelli (èViva)

 

 

29 Luglio 2019

 

 

 

 

Guido Marinelli – èViva

 

Che il Pianeta soffra di almeno tre crisi è evidente. La correlazione tra queste tre crisi è meno evidente. Ma non serve approfondire troppo per capire che, invece, sono drammaticamente interconnesse. Vediamole un momento:

Una crisi ambientale. L’aspetto climatico di tale crisi, strisciante da più di un secolo è reso ormai evidente e drammatico dai cambiamenti climatici in atto. Ma non c’è solo l’aspetto climatico, anzi. Ormai l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui abbiamo consumato tutte le risorse rinnovabili dalla Terra nell’anno, è sempre più vicino all’inizio dell’anno stesso. Ormai cade nel mese di luglio (dal 29 per la precisione ndr).

Cioè tutte le risorse naturali che consumiamo da agosto a dicembre non si rinnovano. È come se voi aveste un deposito di 1.000 litri d’acqua. E ne consumate 200 l’anno. Ma ne arrivano solo 100 litri nuovi ogni anno. Così dopo il primo anno ne avrete solo 900. E il secondo anno che fate? Invece di cercare di consumare di meno ne consumate 250. E la perdita secca diventa di 150. E così alla fine del secondo anno vi ritrovate solo 750 litri. L’acqua finirà presto.

È questo quello che stiamo facendo alla Terra. E pensate che l’Overshoot Day degli Stati Uniti è il 15 marzo. Cioè gli Usa consumano tutte le loro risorse rinnovabili nei primi 75 giorni dell’anno. Negli altri 290 consumano le “riserve” della Terra. Come nell’esempio dell’acqua.

L’Overshoot Day della Ue cade il 10 maggio. Quello del Ghana il 30 ottobre. Quello dell’Indonesia il 18 dicembre cioè è quasi in pareggio: è come se nell’esempio precedente si perdesse si è no 1 litro d’acqua l’anno. I 1.000 litri di partenza durerebbero molto di più.

Ma il Ghana, l’Indonesia e gli altri Paesi “meno industrializzati” devono dare tanti litri a Usa e Ue per compensare il loro spreco. Chi è quindi in debito? L’Africa che conserva le sue risorse o l’Europa che le depreda? Ed ecco una prima correlazione con le crisi sociali e le relative crisi migratorie.

Una crisi sociale: possiamo vedere chiaramente una crisi sociale “interna” all’Italia e una “esterna”, cioè internazionale. È chiara la crisi sociale in Italia, resa esplicita dai “vaffa day” grillini ed esplosa con la propaganda della “Bestia” salviniana. Il tessuto sociale del Paese si sfalda, la sua eterogeneità diventa un problema e non un valore aggiunto, vengono a galla le contraddizioni.

Esplodono le tensioni, l’ipocrisia e la violenza prima sopite. La competizione sociale viene esaltata, i penultimi incitati contro gli ultimi, la gratificazione sociale non passa per la felicità ma nel sapere che c’è qualcuno che sta peggio di te, qualcuno su cui sfogare le frustrazioni e lo stress di una vita difficile e inutilmente competitiva. E intanto il precariato dilaga, si arretra sul fronte dei diritti e le diseguaglianze aumentano.

Ma a livello internazionale è lo stesso: basta vedere cosa succede in Siria, Pakistan, Messico, Venezuela: la strategia è sempre quella di aizzare una parte contro l’altra, di provocare violenza e sopraffazione. E la crisi sociale non può che alimentare a sua volta la crisi ambientale, non è possibile, in clima di estrema competizione, violenza o addirittura guerra, impostare politiche di equa ripartizione delle risorse ambientali.

D’altra parte la crisi ambientale porta a evidenti conseguenze sociali: si pensi alla competizione per la carenza di acqua o per le fonti energetiche, aspetti che non possono che creare insicurezza per il futuro e infelicità nel presente e quindi crisi sociale.

Una crisi economica. Il capitale basa il suo modello sociale sullo sfruttamento delle risorse del mondo, umane, ambientali, culturali. Le deve usare, tutte, per il continuo aumento dei suoi profitti e dei consumi. Le crisi economiche sono sempre state strutturali al capitale. L’attuale crisi economica globale, che ha ripercussioni importanti sulla qualità di vita dei cittadini, sulla loro percezione di sicurezza e felicità, non può non minare l’armonia sociale, e la capacità di crescere nella reciproca convivenza e rispetto.

Le posizioni oltranziste prendono il sopravvento, la paura della povertà, del perdere la propria “posizione sociale” diventa preminente sugli altri valori che regolano i rapporti sociali. E la crisi economica si manifesta a diversi livelli, porta alla contrazione dei servizi, alla rinuncia ai diritti che non sono solo quelli primari ma che sono anche salute, tempo libero, felicità, cultura. Ma di questo parleremo ancora.

Tre crisi che quindi sono sintomi dello stesso male. Inutile affrontarle separatamente. Se la broncopolmonite vi provoca la tosse è inutile curare la tosse con uno sciroppo. Ed è altrettanto inutile curare la febbre provocata dalla broncopolmonite con la tachipirina. State curando i sintomi, la tosse, la febbre, non la malattia!

Per questo le crisi non vanno affrontate singolarmente con interventi settoriali. Per esempio non si può curare la crisi economica con la politica monetaria. Perché la “cura” potrebbe peggiorare la crisi sociale (come è successo negli ultimi anni). Va affrontata la malattia. Cioè va cambiato il modello sociale, valoriale e relazionale. Progressivamente. Tenendo conto per ogni intervento degli effetti che ha sul modello sociale e di sviluppo e quindi sulle tre crisi.

Come affrontare questi problemi perché non si rimanga nel campo della pura teoria? Quali sono le proposte che riescono a incidere complessivamente sul problema ?

Che sia uno dei compiti cui la politica ha abdicato? Ascoltare le sofferenze e i bisogni, capirne le implicazioni generali, proporre soluzioni organiche e di prospettiva ? Forse che intervenire un giorno in un verso e il giorno dopo nell’altro alla fine non parta risultati durevoli?


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6 Agosto 20195min

 

Francesco Campanella

Senatore XVII legislatura

 

 

6 Agosto 2019

 

 

 

 

 

Basta con questa storia di prima gli italiani. Tra noi ci sono persone stupende e persone atroci, persone povere e persone ricchissime,  generose e profittatrici. . 
Non basta essere italiani per meritare qualcosa.
 
Proviamo a cambiare approccio con “prima chi sta male”.  Quella si che mi sembra un’urgenza: chi non ha salute, chi non ha lavoro, chi non ha casa, chi non ha istruzione. Queste persone vanno preferite, curate, aiutate. Tenute al centro dell’attenzione della politica.
 
Da troppo tempo la sinistra si è lasciata attraversare da suggestioni proprie di chi è socialmente avvantaggiato. La stabilità dei prezzi, la libertà di impresa, l’efficienza del lavoro e della spesa pubblica sono ottime cose, se si tiene conto in primo luogo del benessere delle persone. Di TUTTE le persone. Invece le compatibilità economiche sono diventate idoli indiscutibili ed i mercati la base di una ideologia crudele. Darwiniana. 
 
Questo ha tolto credibilità alla sinistra di governo, anche perché l’inflessibilità praticata verso la spesa sociale è stata spesso derogata per la spesa militare, per le spese produttive di consenso immediato, per le spese e per le minori entrate che favirivano le lobbies.
 
Della riduzione di credibilità della sinistra hanno profittato le destre, che l’hanno soppiantata nel rapporto coi poveri e coi lavoratori. Le destre stanno usurpando incredibilmente il ruolo di rappresentanti degli svantaggiati, creando con la menzogna schiere di falsi nemici e indicando nei migranti – generati dalle loro politiche – il nemico da fermare.
 
Provare a sbugiardare i Trump, i Salvini, gli Orban, impiegando le vecchie categorie del buon senso, dell’umanità, della solidarietà professati da gente compromessa, non ha avuto successo.
Dobbiamo prendere atto che chi ha condiviso certe politiche non può proporsi credibilmente come antidoto.
 
Attenzione. Non si propone nessuna rottamazione. Chi l’aveva proposta ne ha tratto vantaggio immediato, ma non è stato capace di impiegare proficuamente il consenso ottenuto.
 
Quello che serve e una nuova riflessione collettiva. Gli spunti ci sono. Vanno approfonditi, vagliati e condivisi. Per farlo serve l’aiuto di tutti. 
E vanno trovati rappresentanti e modelli nuovi. Anche con l’aiuto disinteressato dei vecchi. 
 
Ne saremo capaci? Proviamoci. Il danno che stanno producendo i sovranisti è grande.
 
 

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30 Luglio 201910min

 

 

Lucrezia Ricchiuti

 

 

30 Luglio 2019

 

 

 

 

 

Il Governo sostenuto dalla maggioranza giallo-verde è ondivago, compromissorio e ambiguo su molti fronti. Parecchie scelte programmatiche dividono i due “contraenti”. Quella decisiva – che potrebbe portare alla sua caduta – è però l’autonomia differenziata.

Trovo francamente difficile che il M5S possa avallare quello che i leghisti e – ahimè – anche una parte del Pd (penso alla scellerata richiesta dell’Emilia Romagna) hanno in mente di fare, a meno che vogliano definitivamente scomparire dall’albero politico.

Nonostanti le stucchevoli e ripetitive argomentazioni di alcuni esponenti della Lega (che ad altro proposito si qualifica come Partito dell’odio) reiterate come un mantra in televisione, per cui l’autonomia non porterà alcuna penalizzazione per le altre regioni, trovo altrettanto insufficienti, goffe e a volte imbarazzanti le repliche di chi si oppone all’autonomia differenziata.

Premettiamo che l’art. 116, terzo comma, della Costituzione, prevede che le regioni a statuto ordinario possono chiedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, che lo Stato concede loro tramite intese.

Si tratta di una disposizione che è stata introdotta nel 2001 nella nostra Costituzione e che circoscrive questa possibilità a un elenco di materie suscettibili di essere interessate da tale maggiore tasso di autogoverno.

La disposizione deve essere letta comunque alla luce dell’art. 5 della Costituzione, il quale stabilisce che l’Italia sia una e indivisibile, sicché le richieste del Veneto e della Lombardia – che chiedono un massiccio trasferimento di competenze legislative e amministrative – sono di per sé in contrasto con la Costituzione.

Parto allora da un bell’articolo di Marco Ruffolo su Repubblica – Affari e Finanza che cerco qui di sintetizzare.

Che cosa ha proposto l’Ufficio parlamentare di bilancio, in una sua audizione per le regioni che vogliono maggiore autonomia, salvaguardando l’unità nazionale e i principi di solidarietà?

Dato per scontato che lo Stato e le Regioni debbano stabilire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per tutti i cittadini italiani e ne debbano anche stabilire i costi da un punto di vista efficiente (i c.d. fabbisogni standard), le regioni, che vogliono gestire in maniera autonoma alcune funzioni (quelle indicate nell’elenco citato e consentite dalla Costituzione ) devono finanziarsele con una quota dell’Iva o dell’Irpef che raccolgono sul loro territorio.

Si dovrebbe stabilire quindi  una percentuale che la Regione si trattiene; e che l’eccedenza del gettito, rispetto alla spesa standard, andrà allo Stato che lo userebbe anche, ma non  solo, per aiutare le Regioni che non hanno le entrate fiscali necessarie a garantire quei LEP. Questo sistema è previsto dalla Costituzione e si chiama perequazione.

Inoltre, se nel corso degli anni il gettito fiscale di una Regione dovesse aumentare, la percentuale che essa trattiene dovrebbe diminuire, in misura tale da garantire comunque che la sperequazione con altre Regioni non aumenti.

Se poi la Regione volesse garantire prestazioni maggiori in quantità e qualità rispetto ai LEP, lo potrà fare purché con risorse proprie, per esempio riducendo altre spese o introducendo nuovi tributi locali o aumentando quelli esistenti.

Tutto ciò perché in uno Stato come il nostro, in cui le finanze sono disastrate come tutti noi ben sappiamo, lo Stato deve poter garantire a tutti i servizi, anche quelli non di competenza regionale.

I LEP dovrebbero essere decisi dallo Stato e approvati dopo un approfondito dibattito dal Parlamento.

Che cosa dicono invece le bozze di accordo fra lo Stato e le regioni “autonomiste”?

Affidano ad un improbabile Comitato paritetico tra Stato e regione interessata la determinazione dei costi standard in assenza di un qualsiasi preventivo criterio e soprattutto senza determinare a monte i LEP (come impone l’art. 117, secondo comma, lett. m), della Costituzione). Tutte le richieste di trasferimento di servizi alle Regioni devono essere accettate in blocco.

Dopodiché il Governo – secondo queste bozze –  stabilisce quale percentuale sul gettito fiscale rimane alla Regione per finanziare i costi standard (questi sconosciuti) e se il gettito fiscale della Regione aumenta nel corso degli anni, le Regioni se lo tengono. Se invece il gettito fiscale delle regioni autonomiste diminuisce, allora la percentuale che lo Stato aveva fissato come loro riservata viene aumentata. Proprio una bella pensata, non pensate?

Gli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi hanno ipotizzato che un aumento del 1,6 per cento del PIL annuo delle tre regioni (Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna), farà entrare nelle loro casse 1,5 miliardi in 5 anni o 300 milioni all’anno.

Ma il bello deve ancora arrivare.

Dato che questi famosi costi standard non ci sono e verosimilmente – conoscendo i nostri polli – non vedranno la luce se non quando che so, per esempio, la mafia sarà sconfitta nel mondo, lo Stato si impegna a garantire alle Regioni un rimborso pro-capite non inferiore a quello pro-capite nazionale oggi stimato. I furbacchioni dei tre Presidenti autonomisti sanno (dati della Ragioneria) che questo significherebbe, per tutte le funzioni da loro richieste, un’entrata netta di 2,705 miliardi di cui 1,468 miliardi solo per l’istruzione (capite perché sono così incazzati Fontana e Zaia?)

Dal momento che tutta questa operazione deve essere a costo zero per lo Stato, la domanda che sorge spontanea è: dove si prendono i 2,705 miliardi?

Ovvio: dalle altre Regioni, le quali riceveranno meno finanziamenti!

Questo ha ripercussioni anche in materia sanitaria.

L’80 per cento del bilancio delle Regioni è impegnato sulla spesa sanitaria. Redistribuire risorse a favore di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna significa impoverire Toscana, Lazio, Campania e Puglia, per esempio.

Sostenere che l’autonomia differenziata stimola l’efficienza è falso: Toscana, Marche e Puglia non sono regioni meno efficienti della Lombardia che viceversa fa registrare ripetuti casi di corruzione nella sanità e liste di attesa interminabili.

La secessione dei ricchi distruggerebbe il diritto alla salute come lo conosciamo oggi.

Le conclusioni le lascio a voi, soprattutto ai cittadini del Sud (ma – come si è visto – non solo) che verrebbero definitivamente tagliati fuori da qualunque possibilità di migliorare la loro vita.

Penso allora che la battaglia contro l’autonomia differenziata sia davvero un terreno su cui schierarsi senza incertezze e con il massimo del vigore.

 

 
 
 
 

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30 Luglio 20193min

 

 

èViva – Sardegna

 

 

30 Luglio 2019

 

 

 

 

 

Dichiarazione del portavoce nazionale di èVIVA Francesco Laforgia e Marco Cossu, èVIVA Sardegna
 

 
La nostra totale solidarietà e vicinanza al Partito Democratico di Dorgali e al sindaco di Cardedu Matteo Piras dopo gli odiosi attentati di cui sono stati vittime in queste ore.
Quando vengono colpite, in modo così violento, le sedi di partito e le istituzioni si colpiscono valori di libertà e democrazia sanciti nella nostra Costituzione e quindi l’Italia intera. 
Chiediamo che, a partire dal Governo, sia messo immediatamente in campo il massimo impegno per fare piena luce sui fatti e i responsabili di queste insopportabili intimidazioni.
 
 
 
 
 
 

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23 Luglio 201910min

 

Articolo di

Guido Marinelli (èViva)

 

 

22 Luglio 2019

 

 

 

 

Guido Marinelli – èViva

 

È passato un anno da quando Greta Thunberg ha iniziato a protestare in modo clamoroso per richiamare l’attenzione delle istituzioni e della politica sui cambiamenti climatici e sul rispetto dell’accordo di Parigi di dicembre 2015 (COP21) sul cambiamento climatico.

Per merito suo l’Europa e il mondo intero hanno preso coscienza della gravità della situazione, gravità nota già da anni in ambito scientifico. Ormai non abbiamo bisogno di credere alla scienza: basta che ci guardiamo intorno. Giugno 2019 è stato il secondo giugno più caldo in Italia dal 1800.

La temperatura è stata 3,3 gradi superiore alla media. Ma non solo: questo caldo “anomalo” è stato accompagnato da fenomeni che continuiamo a chiamare “estremi” come grandinate con chicchi grossi come aranci. La flora, già provata da un inverno anomalo, sta soffrendo di malattie che si diffondono velocemente.

Ma cosa hanno ottenuto le grandi mobilitazioni (i “Fridays for Future”) che sono seguite alla protesta di Greta? Sicuramente una maggiore coscienza individuale di tante persone.

Molto meno si sono viste azioni concrete da parte dei governi. In Italia non è in vista alcuna azione, tutt’altro. Il caso Ilva ci insegna che si guarda altrove.

Ma la crisi ambientale non è solo crisi climatica. Ad esempio gli insetti, essenziali per i nostri ecosistemi, si stanno estinguendo a una velocità otto volte superiore rispetto a quella dei mammiferi, dei rettili e degli uccelli.

Secondo i ricercatori, più del 40 per cento delle specie d’insetti conosciute è in costante declino e almeno un terzo è in pericolo (fonte: Biological Conservation).

La siccità è un altro grande problema: studi scientifici (Kate Marvel et. altri su Nature) dimostrano la correlazione tra attività umane, in particolare industriali, e inaridimento: l’Europa e in particolare l’area mediterranea verranno colpite dall’aumento dell’evaporazione e dalla riduzione delle piogge portando larghe porzioni di territorio ora fertili a diventare aride.

Potremmo portare tanti altri esempi, dallo scioglimento dei ghiacciai all’erosione del suolo, il dissesto idrogeologico, l’innalzamento dei mari, l’invasione di fauna “aliena” …

Tutti segnali che ci dicono che l’attività dell’uomo modifica gli equilibri naturali del nostro pianeta. La domanda che sorge spontanea è se l’uomo sia una forma di vita incompatibile con il mondo in cui vive.

La risposta è semplice: l’uomo è compatibile, è il modello sociale in cui viviamo, basato sullo sfruttamento compulsivo delle risorse naturali e umane, che è incompatibile.

Sgombriamo subito un’ambiguità: il Pianeta non sarà distrutto dall’uomo, è sopravvissuto a catastrofi ben più grandi, basta pensare al cambiamento dell’asse di rotazione.

L’uomo distruggerà se stesso o, almeno, distruggerà il modello sociale e relazionale che abbiamo conosciuto noi. Perché, e cercheremo di capirne le motivazioni in seguito, il sistema capitalistico non è compatibile con la conservazione dell’ambiente che ci circonda.

Quindi, necessariamente, dovremo arrivare a un modello sociale diverso se vogliamo garantire l’esistenza della razza umana. E ci possiamo arrivare in diversi modi:

Continuando l’attuale indiscriminata corsa allo sfruttamento di tutte le risorse fino a che l’inevitabile crisi ambientale ci condurrà a disastri di tale portata – uragani, siccità, scomparsa di parte delle terre emerse, crisi alimentare, inquinamento, malattie, guerre locali e di teatro … – che, in modo violento, porteranno una forte riduzione del numero di abitanti sulla terra e un radicale cambiamento nello stile di vita dei superstiti.

Ovviamente i più colpiti saranno i più deboli mentre l’1% della popolazione che già detiene la maggioranza delle “ricchezze” del Pianeta probabilmente si arricchirà ancor di più e riuscirà a crearsi delle “isole di sopravvivenza” protette e per loro appaganti. Le diseguaglianze aumenteranno ancora e in modo sempre più drammatico.

Adottando una politica di “riformismo ambientale” in grado di attenuare gli effetti devastanti dell’azione antropica sulla natura. Misure in grado di ridurre l’emissione di gas serra, di contrasto alla siccità, di contenimento dell’aumento della temperatura media, di sfruttamento della “risorsa acqua”.

Mirando a “rigenerare parzialmente” le risorse naturali senza modificare il nostro modello di vita sociale e quindi senza modificare il modello di sfruttamento delle risorse umane e naturali.

Politiche funzionali a continuare lo sfruttamento capitalistico di tutte le risorse travestendolo con il nome di “economia sostenibile”. Sostenibile nel senso che si cerca di sfruttare le risorse in maniera meno devastante, consumandole più lentamente, provando a creare le condizioni perché, almeno in parte, le risorse naturali si rigenerino. Un modo di rinviare la soluzione del problema, un modo di assicurarsi ancora qualche anno. Una soluzione che è una “non soluzione”.

Con una rivoluzione sociale-ambientale che in modo progressivo, pacifico ma deciso, cambi radicalmente i valori alla base della nostra società andando a sostituire modelli di sviluppo basati sulla concorrenza, l’accumulo, il consumo compulsivo e lo sfruttamento con un nuovo modello sociale che permetta lo sviluppo basato sulla conservazione delle risorse, il consumo responsabile delle risorse di vicinanza e la ricostituzione delle risorse consumate. In questo modello la competizione, l’egoismo, la sopraffazione, l’accumulo privato e il consumo compulsivo di beni spesso non indispensabili, lo sfruttamento sarebbero sostituiti dalla collaborazione, la condivisione, la felicità del tempo libero, il benessere sociale, la salute, un lavoro appagante e dall’equa ripartizione dei beni comuni nel reciproco rispetto.

Pare evidente che, bene che ci vada, allo stato dei fatti, sarà adottato il “riformismo ambientale”.

I costi, sociali ed economici che stiamo subendo, e che continueremo a subire nel caso di “riformismo ambientale” sono enormi: ma sono costi a carico della collettività, a carico delle fasce più deboli delle popolazioni occidentali e, soprattutto, a carico delle popolazioni più indifese dei paesi in via di sviluppo.

Viceversa le cause della crisi in atto derivano essenzialmente dallo sfruttamento delle risorse, umane e naturali, al fine di conseguire profitti privati sempre più elevati. Lo dimostra il fatto che l’1% della popolazione già detiene la maggioranza delle “ricchezze” del Pianeta mentre il rimanente 99% si divide il poco che resta.

Viceversa solo il radicale cambiamento del modello sociale, un vero socialismo ambientale, ci consentirebbe di risolvere definitivamente le crisi in atto. E di creare un nuovo modello di sviluppo in cui economia e lavoro siano a servizio dell’ambiente e viceversa.



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