La sfida di Alexandria ai giganti dell’inquinamento

La sfida di Alexandria ai giganti dell’inquinamento

6 Ottobre 201912min
6 Ottobre 201912min

 

 

 

Articolo di Guido Marinelli

 

27 Settembre 2019

 

Il primo allarme sul clima arrivò nel 1988 e rimase inascoltato. Nel 2009 ci fu il Rapporto Onu. Oggi la mobilitazione di Greta Thunberg e dei Fridays for future scuote la politica mondiale.  E dalla “tana del lupo” la giovane deputata dem propone il sui Green new deal.

Da qualche tempo si parla molto del “Riscaldamento climatico” e del “Green New Deal” (“nuovo corso verde”).

Improvvisamente abbiamo preso coscienza di un problema (l’emergenza ambientale) e abbiamo studiato la soluzione tramite un “Green New Deal”?   L’uomo ancora una volta dimostra la sua capacità di reazione? Non è così semplice.

In realtà già alla conferenza mondiale sul clima di Toronto del 1988 (31 anni fa !) la maggioranza degli scienziati concordava sul fatto che le temperature stavano aumentando e che la causa era l’attività antropica. E chiedevano “decisioni politiche immediate” per limitare l’emissione di anidride carbonica.

Le Nazioni Unite a inizio 2009 (oltre 10 anni fa) hanno pubblicato il report “Global Green New Deal”.

Il 20 agosto 2018 Greta Thunberg inizia la sua protesta chiedendo al governo svedese di occuparsi del cambiamento climatico. Dal suo esempio nasce il movimento ormai noto come “Friday For Future”.

A inizio 2019 Alexandria Ocasio-Cortez propone la sua risoluzione sul Green New Deal alla Camera dei deputati degli Stati Uniti.

Greta Thunberg è riuscita ad attirare l’attenzione del mondo su un problema già documentato più di 30 anni prima dalla comunità scientifica.

Alexandria Ocasio-Cortez, fino a poco tempo fa semi-sconosciuta neo deputata americana, nella sua risoluzione propone interventi contro il riscaldamento climatico molto simili a quelle proposte dalle Nazioni Unite nel loro report del 2009 e rimaste finora inascoltate.

In Europa è da poco nata “European Spring“ che ha definito una proposta di “Green New Deal per l’Europa”. Ma solo ora la Commissione comincia ad affrontare il problema.

La colpa del gravissimo ritardo con cui i problemi reali stanno venendo alla luce è del negazionismo climatico che ha intossicato per anni la discussione pubblica. Ma chi ha finanziato e perché i negazionisti? Una delle principali organizzazioni negazioniste è l’Heartland Institute (Chicago), che arrivò a paragonare (maggio 2012) chi credeva nei cambiamenti climatici a psicopatici, dittatori e assassini di massa come Osama Bin Laden.

Non stupisce trovare tra i finanziatori dell’Heartland Institute  compagnie petrolifere (come la Exxon Mobil), industrie del tabacco, come la Philip Morris, e industrie farmaceutiche come la Glaxo, Pfizer … (da: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Heartland_Institute).

Pare che ci restino solo 12 anni per intervenire e mitigare i cambiamenti climatici che abbiamo indotto. Meno di un battito di ciglia. E allora perché ne abbiamo buttati almeno 31 visto che già dal 1988 sapevamo quello che dovevamo fare?

Perché l’economia dell’occidente capitalistico si basa sul consumo compulsivo di risorse fossili: trasporti privati, energia, asfalto, vernici, plastica per qualsiasi cosa, dalle bottiglie ai giocattoli, prodotti a base di petrolio per produrre praticamente tutto, anche i vestiti. Tutto a base di fonti fossili.

Aggiungiamo anche che l’agricoltura è pompata chimicamente (e il petrolio serve anche per i concimi chimici), che i rifiuti vengono inceneriti o abbandonati a inquinare terreni e falde acquifere, che gli strumenti bellici non sono solo dispositivi di morte ma sono anche energivori… In poche parole quasi tutta l’economia capitalista si basa non solo sullo sfruttamento del lavoro e della persona ma anche sullo sfruttamento del petrolio e dell’ambiente.

La necessità delle multinazionali di continuare a fare enormi profitti spiega perché abbiamo sprecato oltre 31 anni di tempo e perché i negazionisti sono stati abbondantemente finanziati dalle multinazionali stesse.

I ragazzi del “Friday For Future” hanno capito che il capitalismo sta rubando il loro futuro. Il 27 settembre ci sarà il terzo sciopero mondiale per il clima con manifestazioni in tutto il pianeta per sollecitare i governi, i politici a intervenire subito.

La politica, finora succube di lobbies e di autoreferenzialità culturale, è in grado di capire che è arrivato il momento di ascoltare e di lavorare insieme con i ragazzi di “Friday For Future” e con la società diffusa e attiva per costruire soluzioni credibili e non palliativi? Che non basta più dire che farà qualcosa ma poi, nei fatti, continuare come se nulla fosse?

Se vogliamo avere una possibilità deve capirlo: la situazione è ormai drammatica: per la prima volta negli ultimi 800mila anni, si è superato il limite di 410 parti per milione di Co2 in atmosfera. E gli effetti ormai si vedono. Negli anni ‘50 le misurazioni davano 310 parti per milione di Co2. Ma quello che impressiona di più è l’incredibile accelerazione dell’aumento della Co2 negli ultimi anni. Analizzando la composizione delle bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio dei poli, si è scoperto che per molte migliaia di anni i livelli di CO2 in atmosfera sono oscillati tra 170 e 280 parti per milione. Per controllare la veridicità di tali dati basta recarsi sul monte Cimone presso il laboratorio ISAC_CNR, l’unica stazione in Italia e nel Mediterraneo riconosciuta come “Osservatorio Globale” (GAW) dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), uno della rete dei 30 centri mondiali che misurano i cambiamenti climatici.

Lì, insieme ai ricercatori CNR-ISAC e CNR- ISP, si può curiosare tra i laboratori e la strumentazione utilizzata per studiare i cambiamenti climatici e la qualità dell’aria. Lo dovremmo fare tutti: i dati, i grafici, gli strumenti in funzione fanno veramente spavento.

Dobbiamo però riconoscere che per parlare al mondo dei problemi ambientali la scienza è necessaria ma non sufficiente: oltre gli aspetti scientifici della crisi climatica andrebbero analizzati le implicazioni sociali, culturali, economiche, storiche … siamo di fronte a un “fatto sociale totale” che ha implicazioni in tutti gli aspetti della nostra vita. Implicazioni certamente più gravi per i paesi più poveri, e per la parte della popolazione, anche occidentale, che ha meno.

Chi è già in difficoltà subirà le conseguenze peggiori. Chi ha di più può affrontare con maggiori risorse le crisi che ci aspettano: scioglimento dei ghiacciai, siccità, fenomeni meteorologici estremi, penuria alimentare, innalzamento dei mari… L’eliminazione delle diseguaglianze è quindi un passo essenziale per il Green New Deal. Perché se vogliamo risolvere veramente il problema dobbiamo attuare un progetto articolato e complessivo di “cambiamento verde” della società.

Un cambiamento che, salvando l’ambiente, salvi anche l’umanità riportandola a valori di uguaglianza, pari opportunità, pari diritti, pacifica convivenza, eliminazione dello sfruttamento, equa ripartizione delle risorse … Quindi un piano organico e sociale non uno slogan o un insieme di misure tampone scollegate tra di loro. Un esempio, ancora parziale, lo troviamo nella proposta di Green New Deal di Bernie Sanders che affronta non solo interventi climatici ma i correlati aspetti legati al lavoro, alla salute, alla tutela dei diritti, alla ricerca, alla tecnologia… insomma un primo tentativo di legare i diritti ambientali ai diritti della persona. Con finanziamenti pubblici.

Perché il problema è un problema collettivo, non individuale. E chi più ha fatto profitti privati inquinando le risorse di tutti deve pagare di più. Politiche disorganiche, rabberciate, disomogenee, incongruenti rischiano solo di creare le condizioni perché qualcuno si arricchisca ancora di più sfruttando il riscaldamento del pianeta.

Non abbiamo bisogno di parziale rigenerazione delle risorse ambientali perché il capitale le possa sfruttare di nuovo, magari in modo diverso. Abbiamo bisogno di un completo cambiamento del paradigma sociale, economico e relazionale. Un modello di sviluppo completamente nuovo e diverso. Abbiamo solo 12 anni. La sfida è enorme. Per questo serve l’unità di tutte le forze ambientaliste e di sinistra in Italia e nel mondo. Ora, non domani.

Oppure vogliamo avere la responsabilità di fallire ancora una volta?

 


 

Guido Marinelli 

Cofondatore dell’associazione politico-culturale #perimolti
Componente Comitato Nazionale Nazionale èViva
Coordinatore comitato èViva Roma Capitale

 


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