Secessione dei ricchi: schierarsi subito e senza rimpianti

Secessione dei ricchi: schierarsi subito e senza rimpianti

30 Luglio 201910min
30 Luglio 201910min

 

 

Lucrezia Ricchiuti

 

 

30 Luglio 2019

 

 

 

 

 

Il Governo sostenuto dalla maggioranza giallo-verde è ondivago, compromissorio e ambiguo su molti fronti. Parecchie scelte programmatiche dividono i due “contraenti”. Quella decisiva – che potrebbe portare alla sua caduta – è però l’autonomia differenziata.

Trovo francamente difficile che il M5S possa avallare quello che i leghisti e – ahimè – anche una parte del Pd (penso alla scellerata richiesta dell’Emilia Romagna) hanno in mente di fare, a meno che vogliano definitivamente scomparire dall’albero politico.

Nonostanti le stucchevoli e ripetitive argomentazioni di alcuni esponenti della Lega (che ad altro proposito si qualifica come Partito dell’odio) reiterate come un mantra in televisione, per cui l’autonomia non porterà alcuna penalizzazione per le altre regioni, trovo altrettanto insufficienti, goffe e a volte imbarazzanti le repliche di chi si oppone all’autonomia differenziata.

Premettiamo che l’art. 116, terzo comma, della Costituzione, prevede che le regioni a statuto ordinario possono chiedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, che lo Stato concede loro tramite intese.

Si tratta di una disposizione che è stata introdotta nel 2001 nella nostra Costituzione e che circoscrive questa possibilità a un elenco di materie suscettibili di essere interessate da tale maggiore tasso di autogoverno.

La disposizione deve essere letta comunque alla luce dell’art. 5 della Costituzione, il quale stabilisce che l’Italia sia una e indivisibile, sicché le richieste del Veneto e della Lombardia – che chiedono un massiccio trasferimento di competenze legislative e amministrative – sono di per sé in contrasto con la Costituzione.

Parto allora da un bell’articolo di Marco Ruffolo su Repubblica – Affari e Finanza che cerco qui di sintetizzare.

Che cosa ha proposto l’Ufficio parlamentare di bilancio, in una sua audizione per le regioni che vogliono maggiore autonomia, salvaguardando l’unità nazionale e i principi di solidarietà?

Dato per scontato che lo Stato e le Regioni debbano stabilire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) per tutti i cittadini italiani e ne debbano anche stabilire i costi da un punto di vista efficiente (i c.d. fabbisogni standard), le regioni, che vogliono gestire in maniera autonoma alcune funzioni (quelle indicate nell’elenco citato e consentite dalla Costituzione ) devono finanziarsele con una quota dell’Iva o dell’Irpef che raccolgono sul loro territorio.

Si dovrebbe stabilire quindi  una percentuale che la Regione si trattiene; e che l’eccedenza del gettito, rispetto alla spesa standard, andrà allo Stato che lo userebbe anche, ma non  solo, per aiutare le Regioni che non hanno le entrate fiscali necessarie a garantire quei LEP. Questo sistema è previsto dalla Costituzione e si chiama perequazione.

Inoltre, se nel corso degli anni il gettito fiscale di una Regione dovesse aumentare, la percentuale che essa trattiene dovrebbe diminuire, in misura tale da garantire comunque che la sperequazione con altre Regioni non aumenti.

Se poi la Regione volesse garantire prestazioni maggiori in quantità e qualità rispetto ai LEP, lo potrà fare purché con risorse proprie, per esempio riducendo altre spese o introducendo nuovi tributi locali o aumentando quelli esistenti.

Tutto ciò perché in uno Stato come il nostro, in cui le finanze sono disastrate come tutti noi ben sappiamo, lo Stato deve poter garantire a tutti i servizi, anche quelli non di competenza regionale.

I LEP dovrebbero essere decisi dallo Stato e approvati dopo un approfondito dibattito dal Parlamento.

Che cosa dicono invece le bozze di accordo fra lo Stato e le regioni “autonomiste”?

Affidano ad un improbabile Comitato paritetico tra Stato e regione interessata la determinazione dei costi standard in assenza di un qualsiasi preventivo criterio e soprattutto senza determinare a monte i LEP (come impone l’art. 117, secondo comma, lett. m), della Costituzione). Tutte le richieste di trasferimento di servizi alle Regioni devono essere accettate in blocco.

Dopodiché il Governo – secondo queste bozze –  stabilisce quale percentuale sul gettito fiscale rimane alla Regione per finanziare i costi standard (questi sconosciuti) e se il gettito fiscale della Regione aumenta nel corso degli anni, le Regioni se lo tengono. Se invece il gettito fiscale delle regioni autonomiste diminuisce, allora la percentuale che lo Stato aveva fissato come loro riservata viene aumentata. Proprio una bella pensata, non pensate?

Gli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi hanno ipotizzato che un aumento del 1,6 per cento del PIL annuo delle tre regioni (Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna), farà entrare nelle loro casse 1,5 miliardi in 5 anni o 300 milioni all’anno.

Ma il bello deve ancora arrivare.

Dato che questi famosi costi standard non ci sono e verosimilmente – conoscendo i nostri polli – non vedranno la luce se non quando che so, per esempio, la mafia sarà sconfitta nel mondo, lo Stato si impegna a garantire alle Regioni un rimborso pro-capite non inferiore a quello pro-capite nazionale oggi stimato. I furbacchioni dei tre Presidenti autonomisti sanno (dati della Ragioneria) che questo significherebbe, per tutte le funzioni da loro richieste, un’entrata netta di 2,705 miliardi di cui 1,468 miliardi solo per l’istruzione (capite perché sono così incazzati Fontana e Zaia?)

Dal momento che tutta questa operazione deve essere a costo zero per lo Stato, la domanda che sorge spontanea è: dove si prendono i 2,705 miliardi?

Ovvio: dalle altre Regioni, le quali riceveranno meno finanziamenti!

Questo ha ripercussioni anche in materia sanitaria.

L’80 per cento del bilancio delle Regioni è impegnato sulla spesa sanitaria. Redistribuire risorse a favore di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna significa impoverire Toscana, Lazio, Campania e Puglia, per esempio.

Sostenere che l’autonomia differenziata stimola l’efficienza è falso: Toscana, Marche e Puglia non sono regioni meno efficienti della Lombardia che viceversa fa registrare ripetuti casi di corruzione nella sanità e liste di attesa interminabili.

La secessione dei ricchi distruggerebbe il diritto alla salute come lo conosciamo oggi.

Le conclusioni le lascio a voi, soprattutto ai cittadini del Sud (ma – come si è visto – non solo) che verrebbero definitivamente tagliati fuori da qualunque possibilità di migliorare la loro vita.

Penso allora che la battaglia contro l’autonomia differenziata sia davvero un terreno su cui schierarsi senza incertezze e con il massimo del vigore.

 

 
 
 
 

Newsletter


Registrati per restare informato sulle attività di èViva





Aiutaci a migliorare il sito.  Contatta l’amministratore per sagnalare eventuali malfunzionamenti o per suggerire consigli e miglioramenti.