Mondiali antirazzisti a Riace: il valore delle diversità

Mondiali antirazzisti a Riace: il valore delle diversità

20 Luglio 201914min
20 Luglio 201914min

 

Filippo Fossati

Ex parlamentare, membro del comitato nazionale di èViva

 

20 Luglio 2019

 

Ero a Riace dal 5 al 7 Luglio. Con più di cinquecento ragazzi, a giocare a pallone. Si chiamano “Mondiali Antirazzisti” e sono la più bella delle manifestazioni contro ogni discriminazione.

I Mondiali nascono più di venti anni fa. A Reggio Emilia. Negli anni paludosi e ottimisti di Berlusconi da un lato e del Blairismo dall’altro, quando non c’erano più la destra e la sinistra e si vagheggiava lo sdoganamento dei “ragazzi di Salò” (do you remember Luciano Violante?) qualcuno, Anpi, Uisp, Istituto Storico della Resistenza, si chiesero se non fosse invece il caso di rilanciare in forme nuove la lotta contro l’ingiustizia, il razzismo e l’autoritarismo, cercando di far incontrare l’antifascismo storico con le subculture giovanili “ribelli”.

L’alchimia si produce subito. A Montecchio, insieme a quelli delle polisportive Uisp emiliane, arrivano da tutta Europa  i ragazzi delle tifoserie antirazziste, anarchiche, libertarie delle grandi e piccole squadre del calcio europeo e italiano. Dal’ Amburgo al Marsiglia, dal Livorno al Bologna, un crogiolo di ragazze e ragazzi di ogni razza e lingua del mondo si riversa ogni luglio sui campetti tracciati alla meglio dai volontari dell’Uisp e di tante associazioni, coop sociali, radio, centri sociali emiliani. Un campeggio. Una festa di cori sudore palloni birra musica ,workshop e dibattiti, passione sociale e politica. Una Woodstock del calcio buono e dei suoi colori, che sono tutti i colori del mondo. Una meraviglia.

Intanto: di quale sport, di quale calcio parliamo? Ai Mondiali la “distruzione creativa” colpisce prima di tutto lo sport. Si gioca senza arbitro e senza righe precise tracciate, si gioca misti, sesso, età, tecnica. È il bello della democrazia partecipativa del gioco, lo sanno anche i bambini (poi se lo scordano purtroppo), se non trovi l’accordo (su un fallo, su una linea) il gioco finisce, è impossibile.

Per giocare ci vuole generosità, curiosità e apertura verso l’altro, disponibilità alla mediazione. Si gioca con chi c’è e voglia giocare. Chi perde deve aver voglia di riprovare, di continuare, chi vince ha questa responsabilità, nel gioco, e lo sa. La fase finale dura poco, ai Mondiali. Si tirano i rigori e basta. Poi si premiano i “migliori” nella parodistica folle gran cerimonia finale.

Il calcio ricco e potente è reso nudo, ai Mondiali, con le sue combine, le sue derive finanziarie, il suo campionismo patinato, il suo impianto sessista razzista e classista. I ragazzacci delle tifoserie rivoluzionarie, che amano la bellezza della radici del gioco, ne propongono una versione possibile, diremmo sostenibile.

Su questo danno battaglia negli stadi, ogni settimana, ma anche con l’attivismo sociale, nei quartieri. Sappiamolo, anche quello delle tifoserie è un mondo vario, conflittuale, complesso. Non solo , e ce n’è tanta, idiozia fascistoide. Ai Mondiali sono nate campagne che hanno fatto cambiare regole, sanzionare gli atti antirazzisti negli stadi, garantire il diritto al gioco nelle squadre delle federazioni calcio europee per i minori migranti e rifugiati. Vertenze, risultati.

Anno dopo anno la platea si è allargata, a giocare ragazzi dei centri di accoglienza, delle associazioni di solidarietà piccole e grandi, tanti che dai centri sociali o da casa iscrivono una squadra via Internet. Sono venuti tutti. Luigi Ciotti si è incrociato con Damiano Tommasi, i presidenti di tutte le associazioni del Terzo settore, qualche politico attento (Elly Schlein, Cecile Kienge), qualche troupe Rai, i giornali soprattutto sportivi.

Tutti se ne vanno ammirati, ma nella “narrazione” della mobilitazione antirazzista nessuno li cita mai, i Mondiali. Difficile prendere la misura a questo evento. Non ci sono le solite facce, i dibattiti rituali, gli appelli al dialogo e all’accoglienza dell’”altro”, senza poi che l’”altro” venga coinvolto con una qualsiasi presenza. Ci sono “solo” qualche migliaio di ragazzi di tutti i colori ed energia pura, disposta a fare subito qualcosa, contro il razzismo. Panico a sinistra ! “Bello il campeggio, ci rivediamo l’anno prossimo”.

Allora l’Uisp con Carlo Balestri e la rete di centri sociali bolognesi “La bas” decidono di osare di più: l’anno prossimo sì, ma a Riace, dove c’è chi fa davvero. I Mondiali Antirazzisti amano gente come Mimmo Lucano e sono ricambiati. Presi i primi accordi, fissato il periodo, arriva lo tsunami. Lucano indagato, espulso dal suo paese, i progetti di integrazione devastati, i rifugiati e i migranti trasportati altrove, le elezioni comunali perse. Ci voleva coraggio. Ce lo hanno avuto. Si va lo stesso. Riace deve vivere.

Quando i volontari arrivano a Riace trovano un paese diviso, diffidente, malinconico. Ci sono i colori dei murales, le insegne dei laboratori artigiani, gli spazi pubblici che sono fioriti nella gestione Lucano. Mancano gli abitanti nuovi, le attività sono interrotte, case e vicoli tornano ad essere in parte disabitati ed il degrado corre veloce. Parliamo con i Riacesi, ma non è facile capire: il discorso si ferma sul “carattere dell’uomo”, sull’eccessivo “far da sé”, poco per capire quello che è successo.

Non abbiamo permessi per occupare gli spazi dove si giocherà, non abbiamo spazi sufficienti per sistemare le persone che arriveranno , contatti solo sporadici con la questura locale.

La fondazione “ E’ stato il vento” ci mette a disposizione le case dove stavano i rifugiati, si tratta con il Comune per scuole, canoniche, ma non c’è grande collaborazione. Il sindaco nuovo, che è alleato con la Lega, nicchia.

Poi, come spesso accade, tutto si risolve. Hanno pensato che era meglio non contrariare…. Arrivano i pullman con 12, 14 ore di viaggio, cinque, seicento persone ,ragazzi, invadono il paese, una festa di colori, magliette, scritte, bivacchi. Uno choc positivo. La gente di Riace è divisa, la maggioranza sorride.

Le partite iniziano, impazzano, è il momento di capire che pensa Mimmo Lucano, cosa vuole dire a questi ragazzi che sono venuti  qui per lui.

Mimmo Lucano parla  con noi due ore, porta i segni delle ferite. Ancora confinato fuori da casa sua, dal suo paese, perché? Le sue iniziative distrutte, un processo penale che durerà a lungo, Riace in mano a quelli che lo ostacolavano, anche se gli facevano la faccia sorridente. Soprattutto la rabbia per questa destra che colpendo lui vuole abbattere un modello, il suo, che poteva funzionare, ha funzionato. Non solo un modello di accoglienza, attenzione , ci dice, ma un modello di sviluppo locale che sapesse utilizzare anche le energie di chi arriva da fuori.

No centri. Alloggi e ricongiungimenti familiari, inserimenti mirati nell’economia locale ( agricoltura, artigianato, commercio soprattutto), ricostruzione di una massa demografica e di una base produttiva che possa tenere in piedi servizi pubblici, scambi, dunque investimenti. Promozione di piccole imprese, cooperative. Un tessuto economico vivo e vario piace, il paese rinasce, i laboratori di ceramica , di tessile, la cucina, fondono il locale con il globale, nella giusta misura, sono belli da visitare, attirano lassù un turismo rispettoso. Tornano a Riace anche nativi e figli di nativi emigrati decenni fa, qualcosa si muove. Lassù, sulla costa del monte, non alla Marina, dove il film è lo stesso di tutte le zone povere del mediterraneo. Cemento sulle coste per seconde case e sogni di sviluppo di turismo ricco e di qualità che il cemento delle seconde case allontana per sempre.

Lucano individua gli errori, gli snodi critici della sua azione. Quando Riace è diventata un modello di accoglienza conosciuto nel mondo, la pressione per collocare lì numeri alti di rifugiati è stata forte, da parte di istituzioni, Cooperative e associazioni di ogni tipo e colore.

Non era facile dire di no senza perdere la faccia, ma è stata una illusione pensare di poter tenere in piedi il modello con mediazioni rivelatesi insostenibili: accoglienza dei rifugiati in strutture collettive con numeri grandi, standard di formazione e di inserimento alti, ma difficile ingresso al lavoro.

Non si possono avere anche cinquecento rifugiati in un paese di cinquecento abitanti! Ci sarebbe voluto l’allargamento ad un territorio più ampio, altri comuni che seguissero la strada, ci sarebbe voluta la Regione, il Governo ci sarebbe voluto….quando poi fu chiaro che anche a casa sua,  faceva capolino il “business dell’accoglienza” , Lucano reagisce e stringe le maglie, chiude e rompe con tutti, con troppi ,forse.

Quando arriva la procura e bastona, la gestione del modello sta già soffrendo e sta sulle spalle grandi, ma solitarie solo del Sindaco. Quando sei bastonato,  poi,  nel tuo campo nascono le divisioni, le persone si chiedono se non sia meglio lasciar perdere e si perdono le elezioni.

Questa storia Mimmo la racconta ai ragazzi dei Mondiali, che lo vanno a trovare nel paese del suo esilio, una notte sul mare, tanti. Con fatica parla di speranza, ne serve tanta a lui per continuare la battaglia, ma non vola una mosca, perché questo campione di umanità che ne ha raccolti tanti, non parla dei migranti, dei rifugiati, parla di giustizia e dignità per tutti, la sua umanità unisce colori e culture nel momento in cui ci si dà un programma comune, di maggior benessere, di vita dignitosa, di partecipazione politica, di governo di un territorio. Per questo Salvini lo vuole distrutto.

I Mondiali finiscono in festa, missione compiuta. Resta un messaggio da metabolizzare. Mimmo Lucano, la sua storia, parla a noi, alla sinistra che qualche volta scambia l’umanità con la pietà, e da lì non ha la forza di muoversi. Umanità è cambiare le condizioni della vita delle persone e della terra dovunque vivano, assicurando loro dignità e pane in ogni angolo del globo. Lucano è un internazionalista, la molla che fa partire il tutto per lui non è un barcone, è la lotta per l’indipendenza del Kurdistan, negli anni ’90. E Kurdi sono i primi rifugiati a Riace.

E’ un uomo della sinistra che vuole ancora cambiare il mondo, non accontentarsi di esserne una sorta di , magari nobile, “protezione civile”. E’ uno di noi, insomma, e ciò che ha fatto va salvato.

 

 

 


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