Lucrezia Ricchiuti: Borsellino e noi (27 anni dopo)

Lucrezia Ricchiuti: Borsellino e noi (27 anni dopo)

19 Luglio 20196min
19 Luglio 20196min

 

 

Lucrezia Ricchiuti

Già senatrice, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle associazioni criminali,anche straniere

 

19 Luglio 2019

 

Era pomeriggio. Domenica.

Il caldo palermitano si mischiava, ormai da molte settimane, all’afa di quella cappa di angoscia e tensione che ci veniva dalla strage di Capaci. Purtroppo – nello Stato – molti temevano e qualcuno addirittura sapeva che si preparava l’attentato all’altro.

Falcone e Borsellino, infatti, erano noti per essere una coppia affiatata, due persone di poche parole e molti fatti, forse più estroverso e spiritoso l’uno, più riservato e riflessivo l’altro. Ma nemici giurati di Cosa nostra, schiene inflessibili nell’etica e nella professione di magistrati.

Siciliani veri: conoscitori del loro territorio, lavoratori infaticabili, lettori attenti e fumatori impenitenti.

Riina e Provenzano sapevano che non si sarebbero mai piegati.

Il 23 maggio era stato ucciso barbaramente Falcone (con la moglie Francesca e Montinaro, Di Cillo e Schifani, gli uomini della scorta). Il 19 luglio toccò a quello che i corleonesi chiamavano dispregiativamente l’altro.

Borsellino va a trovare la madre, a via D’Amelio. Non fa a tempo scendere dalla macchina che la strada si trasforma in un set cinematografico di film di guerra: l’effetto è speciale per la mafia ma non ci sono controfigure. Borsellino e le persone che erano con lui (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina) muoiono davvero.

Una morte tanto tragica e sconfortante quanto prevista e assurda. I fatti successivi ci diranno quante complicità ci siano state nel prepararla. Sparisce l’agenda rossa; il primo processo ai responsabili si reggerà sulle false ricostruzioni di Scarantino; anni dopo si dovrà rifare tutto da capo, sulla base del più attendibile Spatuzza.

Il resto è storia di oggi: il processo per la Trattativa; Manfredi Borsellino dirigente della Polizia proprio in Sicilia; Fiammetta che va in carcere a trovare Graviano (uno degli assassini di suo padre e questo, a 26 anni di distanza, non le rivela nulla); e gli audio desecretati da pochi giorni, da cui sappiamo che c’era chi voleva che Borsellino avesse la scorta solo per mezza giornata.

Una parte dell’Italia ha capito la lezione: il Paese è solcato da migliaia di persone che hanno raccolto il testimone di Falcone e Borsellino e ogni giorno fanno apostolato, bonifica e contrasto – ciascuno nel proprio ambito (istituzionale, professionale, culturale) – delle mafie italiane.

Molte altre purtroppo no: sono quelli che il denaro non ha odore, che si può vivere insieme alle cosche, che le logge massoniche coperte che male c’è? Che importa se Messina Denaro è ancora libero? Che “meglio mafiosi che froci”, che “prima gli italiani, anche se mafiosi, e affoghiamo i negri”.

Sappiamo quel che dobbiamo fare: insegnare ai bambini che la bellezza, l’intensità e la gioia della vita sono nell’esempio di Borsellino e che la mafia è solo nauseante e vigliacca promessa di morte.

 

 

 


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