Forlì: Sconfitta durissima per la sinistra

Forlì: Sconfitta durissima per la sinistra

22 Giugno 20196min
22 Giugno 20196min

Giulio Marabini

èViva Forlì

22 Giugno 2019


Sconfitta durissima per la sinistra, totale inadeguatezza nel prendersi responsabilità

Non sembra esserci stata la minima presa di coscienza da parte di chi ha guidato questa fase con responsabilità politica primaria, fa pensare ad una gravissima inadeguatezza rispetto ad un ruolo tanto delicato ed importante

 


 

Il 9 giugno la sinistra forlivese ha subito la peggiore sconfitta degli ultimi 60 anni, e per la prima volta dal 1970 il primo cittadino di Forlì non è espressione del centro sinistra (nelle sue varie declinazioni storiche).

Le avvisaglie di questo evento sono state assai numerose negli ultimi anni: non solo fuori, ma persino dentro il Partito Democratico c’era stato chi ha lanciato l’allarme a più riprese, fino ad uscirne per grave dissenso con la linea tenuta.

Che un colpo tanto forte lasci il segno è normale, che dopo quasi 2 settimane dalla vittoria di Gian Luca Zattini non sembra esserci stata la minima presa di coscienza da parte di chi ha guidato questa fase con responsabilità politica primaria, fa pensare ad una gravissima inadeguatezza rispetto ad un ruolo tanto delicato ed importante.

Dovrebbe essere chiaro che il centrosinistra forlivese è stato letteralmente desertificato, sia in termini di capacità di rinnovamento e di selezione delle singole individualità (fino ad arrivare al “papa straniero” Giorgio Calderoni) sia in termini di alleanze: quasi tutti i potenziali alleati hanno abbandonato il PD che ha di fatto messo in piedi delle liste fiancheggiatrici (composte anche dai suoi stessi iscritti) per tentare senza successo di captare consensi oltre i confini dell’elettorato tradizionale.

Al tempo stesso la conflittualità prolungata tra la precedente amministrazione e gli stessi vertici del PD locale hanno acuito la percezione di un ceto politico ripiegato su se stesso e messo in luce gli evidenti limiti amministrativi che sono culminati con il rimpasto di giunta avvenuto nel 2016. Un attento osservatore avrebbe potuto rilevare addirittura nel corso della campagna elettorale una divaricazione tra la guida del PD ed il candidato sindaco.

L’esempio di Cesena fa ritenere che, pur in un contesto nazionale sfavorevole, un percorso politico aperto, innovativo e lungimirante avrebbe dato certamente frutti molto diversi da quelli raccolti a Forlì. 

Stupisce molto che dopo un tale epocale disastro (di per sé ben più grave di una semplice e tutto sommato fisiologica alternanza) i protagonisti degli ultimi 6 anni di politica forlivese nonché i principali artefici del recente esito elettorale (aggravato dalla sconfitta di Predappio) non abbiano espresso neppure una parola sulla opportunità di rivedere le scelte fatte né di farsi da parte per consentire l’operazione oggi più di tutte necessaria: la ricostruzione della sinistra di governo forlivese.

Va apprezzato il segretario comunale PD Massimo Zoli per la tempestività della sua scelta, che tuttavia rischia di essere una foglia di fico su vergogne ben peggiori rispetto al ruolo, oggettivamente marginale, da lui rivestito. 

La ricostruzione non può partire certamente da una promessa di opposizione contro forze rappresentate inutilmente per mesi come “pericolose”, ma dalla comprensione dei motivi per cui i cittadini e la società forlivese non si sono sentiti più rappresentati da un centrosinistra che ha perduto la connessione con la città ed è stato escludente rispetto a qualunque soggetto in grado di articolare critiche e proposte.

Ricostruire una proposta progressista credibile per Forlì è sicuramente possibile fin da subito, ma non ci si può illudere di costruirla solo in consiglio comunale e soprattutto a prescindere da un esame serio degli errori commessi e da un instancabile lavoro di studio e analisi dei bisogni della città e di proposta in grado di unire le forze di cambiamento.

 


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